Nov 062020
 

Vi ricordate il Marina Bay Sands a Singapore, l’incredibile e futuristico edificio realizzato nella città cinese di cui abbiamo già parlato in queste pagine? Un incredibile struttura a forma di barca sospesa su tre enormi grattacieli simbolo della ricchezza e della opulenza di questa città icona architettonica nel suo skyline urbano. 

Grazie al design del team di progettazione di Apple e quello di ingegneria di Foster + Partners la mitica baia di Singapore si arricchisce di una nuova icona; il primo negozio galleggiante della catena retail di Apple. Osservando la costruzione si intuisce subito il riferimento al Pantheon, l’antica costruzione di epoca romana, e con le sue forme originali e ardite, questo negozio ridefinisce completamente il criterio di punto vendita. Non è più soltanto un luogo per mere attività commerciali, ma un simbolo architettonico permanente, una meta turistica al pari di altre costruzioni storiche o ingegneristiche, luogo di formazione e di affermazione del brand della società.

Si tratta del primo store di Apple di questo genere. Già Apple ci aveva abituati a incredibili soluzioni capaci di arricchire e impreziosire spazi già noti e ammirati, come nel caso del cubo di New York, delle magnifiche vetrate sulle fontane di Dubai o quello di Milano in Piazza, ma questo negozio raggiunge un livello iconico ancora più alto. Una incredibile struttura auto-portante caratterizzata da sottilissimi montanti, in tutto 10, che collegano 114 elementi di vetro incastrati tra lamelle disegnate appositamente che opportunamente. direzionate, modulano la luce all’interno dello store durante tutte le fasi della giornata. Il richiamo al Pantheon è evidente anche nel foro centrale aperto in cima alla cupola che permette l’ingresso della luce riflessa all’interno della struttura attraverso dei deflettori in modo da sfruttare la luce naturale ma di essere utile anche con quella artificiale durante l’apertura serale.

La forma esterna, le linee di cui è composto, il luogo in cui sorge, e soprattutto gli alberi piantati all’interno della struttura richiamano lo skyline della cosmopolita città cinese. Non solo galleggiante, ma anche subacqueo, infatti lo store ha anche una boardroom ad un piano inferiore, sotto il livello dell’acqua.

Inaugurato da pochissimo tempo, giovedì 10 settembre, questo mega Store si appresta ad accogliere tutti gli appassionati e non solo, nonché i turisti curiosi e appassionati di architettura. Una sfera di acciaio e vetro ma al tempo stesso un oggetto senza tempo capace di catturare l’attenzione di incuriosire e di offrire una vista mozzafiato unica a 360° dello skyline cittadino.

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Gen 012014
 

Vi ricordate che poco tempo fa abbiamo parlato della fotocamera sferica SQUITO da lanciare in aria? Oggi proponiamo un’altra fotocamera che svolge lo stesso lavoro, ma in maniera leggermente diversa. Infatti, PANONO Camera Ball, questo è probabilmente il suo nome di commercializzazione, altro non è un guscio sferico che contiene al suo interno ben 36 fotocamere ad alta definizione. Un accelerometro contenuto al suo interno, misura la velocità al momento del lancio e calcola l’attimo in cui sarà all’apice della sua corsa. A quel punto un sistema computerizzato, farà scattare contemporaneamente 36 fotocamere contenute al suo interno in modo da realizzare una foto panoramica a 360° ruotabile. Tale foto grazie all’app gratuita Panono, può essere assemblata per realizzare spettacolari immagini.

Panono 01Si tratta, tecnicamente, di una sfera con guscio metallico di circa 11 centimetri di diametro per un peso complessivo di 300 grammi circa, la cui forma agevola il movimento del lancio. Le fotocamere all’interno scattano le foto per un complessivo di 72 megapixel che vengono trasferite immediatamente via wi-fi allo smartphone o al tablet, o in assenza di connessione wireless, vengono immagazzinate nella memoria interna capace di conservare fino a 400 panorami.

Panono 05Sullo smartphone o tablet viene inviata una copia leggera in modo da avere un’anteprima dell’immagine e se questa è soddisfacente, verrà inviata al servizio cloud previsto dal produttore del dispositivo.

La fotocamera è in stato di progetto ed è pubblicizzata sul sito Indiegogo, dove è indetta una campagna per raccogliere fondi per la produzione e la vendita del prodotto. Ad oggi si è quasi raggiunta la quota di capitale necessaria e chi parteciperà economicamente al progetto avrà dei benefit in base a quanto avrà investito. Il budget richiesto è di  900.000 dollari e la quota minima di partecipazione è di 25 dollari. Il contributo, tra l’altro, consentirà un acquisto della fotocamera ad un prezzo di 100 dollari inferiore al prezzo di vendita che è previsto tra i 500 e 600 dollari e la consegna immediata.

Panono 03Sarà utile un simile prodotto? Oramai sono diversi i progetti o i prodotti che iniziano ad affacciarsi sul mercato, sinonimo di una crescente richiesta o comunque di un interesse verso prodotti di questo tipo. Mancano solo tre giorni per poter ancora contribuire e oramai il budget è quasi raggiunto, ragion per cui, presto vedremo sul mercato questo nuovo gadget tecnologico.

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Apr 032013
 

spheric1Viene da un genio creativo, artista e designer giapponese Yuri Suzuki, l’idea di un vinile sferico che racconta in musica il nostro pianeta.

Grazie alla collaborazione con Vestax, casa famosa per la realizzazione di giradischi, Suzuki è riuscito a ricoprire di lacca una sfera e ha progettato una testina in grado di leggere le tracce sul supporto sferico anziché piatto di un normale disco in vinile. E’ nato così The Sound Of Earth, il primo disco sferico della storia.

Sulla sfera, sono tracciati dei minisolchi che riproducono i contorni dei continenti e delle nazioni del mondo. Ruotando la sfera, la testina incontra paesi diversi e in base alla dimensione, riproduce i suoni di quella nazione. Infatti, questo progetto è la conclusione di una ricerca che dura da 4 anni, in cui il designer giapponese, in giro per il mondo ha raccolto musica folk tradizionale, inni nazionali, la musica popolare, trasmissioni radio o suoni ambientali. In pratica la testina passando sopra la nazione riproduce i suoni registrati proprio in quei luoghi. Dove lo spazio è poco, la musica dura poco; ad esempio in Inghilterra, il brano audio dura appena 2 secondi.

Lo sfera stereo, ha quindi una testina rotante montata su un braccio che le consente di seguire le rotondità della superficie come accade per un mappamondo ed è dotata di un altoparlante dal quale fuoriesce il suono. Volendo il sistema è anche collegabile con un wifi per trasmettere il suono a speaker esterni o cuffie.

Il sistema consente di ascoltare in questo modo circa 30 minuti di audio, ma l’idea dell’instancabile creativo, è quella di realizzare una sfera di 3 metri di diametro capace di suonare per almeno 24 ore.

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Apr 242012
 

L’uomo ha sempre cercato di comunicare, escogitando sempre nuovi metodi e trovato soluzioni che rendessero questo processo, più rapido, meno costoso e più duraturo. Il mezzo individuato è quello che oggi chiamiamo con il termine scrittura. Il primo segno tangibile di questo processo, lo troviamo nelle scene incise sulle rocce; rappresentazioni di vita quotidiana o scene di caccia, un primordiale metodo basato sull’abrasione attraverso punta a scalpello di una roccia più tenera. Ma l’esigenza di comunicare era intrinseca nell’uomo, per cui gli studiosi sono d’accordo sul fatto che la scrittura si sviluppò contemporaneamente in più parti del mondo, dalla Mesopotamia all’antico Egitto. E’, infatti, da attribuire a loro il primo vero linguaggio di comunicazione scritto, attraverso quelli che oggi conosciamo come geroglifici, ossia complessi ideogrammi che racchiudono in se non solo una parola ma anche un’intera scena. Ed è sempre a loro che si attribuisce il primo strumento atto a scrivere, cioè la penna. Si trattava essenzialmente di una cannuccia o una penna di volatile (penna d’oca) inzuppata in inchiostro di origine animale (inchiostro di seppia) o vegetale (inchiostro ferrogallico e inchiostro cinese, noto come inchiostro di china). Questa cannuccia, intinta in questa sostanza gommosa permetteva agli scribi egizi di tracciare i geroglifici sui fogli di papiro. Il suo nome era calamo e veniva incisa obliquamente per consentire all’inchiostro di scorrere in modo uniforme.

Gli scolari romani, per evitare di sprecare la costosissima pergamena, scrivevano incidendo con uno stilo appuntito tavolette di legno spalmate di cera. Già nel mondo antico romano erano in uso tiralinee in metallo, con estremità appuntita e ripiegata a V, nella quale si poneva l’inchiostro; la maggiore resistenza del metallo garantiva stabilità allo spessore della linea tracciata. I loro lunghi esercizi di scrittura potevano essere cancellati rinnovando la cera della tavoletta, maneggevole quanto quanto una piccola lavagna.

Dal XVII secolo si iniziarono a vedere sulle penne d’oca i primi pennini, dato che a lungo andare l’asta della penna d’oca si consumava e bisognava tagliarla e poi cambiare penna, si incominciò a inserire sulla punta della penna una copertura in metallo con un taglietto centrale verticale, il pennino appunto.
Le prime ad utilizzarli furono le religiose di Port Royal, alla fine del 1600, che usavano pennini di rame che fabbricavano da sé. Si svilupparono poco all’inizio perchè erano molto costosi e fatti a mano. Essi erano montanti su cannucce di legno che sostituivano le penne d’oca.
Con la rivoluzione industriale nacquero i pennini fatti in serie. L’inglese Gillot, che aveva studiato presso il coltellinaio Skinner, intorno al 1820, apprendendo l’arte della fusione, della tempra e della laminazione dei metalli, trovò un modo per produrre questi pennini con prezzi di molto inferiori e con una elevata qualità tecnica. Questo avvio di produzione industriale, favorì la diffusione su larga scala dapprima in Europa e poi nel resto del mondo. Il pennino, montato su di una cannula in legno o su una penna d’oca, doveva essere intinta in un calamaio contenente inchiostro. Per cui la produzione di pennini sarà, almeno in questa fase iniziale, accompagnata dalla produzione di contenitori realizzati in metallo o altro materiale, impreziosite da serigrafie, intarsi, colori e disegni.
Dalla penna e calamaio alla stilografica il passo è breve. A fine ‘800, nasce appunto la penna stilografica, che ricalca la tecnica del pennino, ma include in se stessa dentro l’astuccio, l’inchiostro necessario alla scrittura eliminando di fatto il supporto esterno del calamaio.

Dal 1930, l’evoluzione tecnica della stilografica fa la sua comparsa sul panorama mondiale. Il graphos con pennini intercambiabili e corpo con serbatoio d’inchiostro. Ma la difficoltà a tenere puliti i pennini, fa in modo che si cerchi una soluzione: questa è il rapidograph (nel 1952, prima a serbatoio e poi con cartuccia rimovibile) a cui seguiranno altre evoluzioni di penne tecniche specifiche. Ancora oggi, il rapidograph rappresenta un’eccellenza nel campo della grafica. Questo strumento si è evoluto pur mantenendo le stesse caratteristiche di base della sua comparsa. E oggi, nell’era dei computer, si evolve diventando uno strumento in grado di scrivere ad altissima velocità, con enorme precisione e autopulente. Ma come ogni strumento tecnico, nasce, si sviluppa lungo un arco tempo più o meno lungo, ed è soggetto ad un inevitabile declino, superato da altri strumenti tecnicamente più avanzati. Il rapidograph, sta lasciando il campo alle testine di stampanti e plotter che depositando migliaia di microgocce di inchiostro liquido sulla carta tracciando segni di assoluta precisione in tempi decisamente inferiori.

BIC, QUANDO SI PARLA DI PENNA

In quest’epoca, in cui il digitale la fa da padrona, in cui cellulari e tablets hanno sostituito la penna per scrivere e a volte la parola per dialogare, ancora delle vecchie penne qualcosa resiste. E non parlo di prestigiose stilografiche o penne d’oca con tanto di calamaio, ma di un semplice, trasparente, insignificante contenitore di plastica. Sto parlando ovviamente della penna BIC, compagna di tutti almeno una volta nella vita, strumento di scrittura sempre disponibile in ogni astuccio scolastico che si rispetti. La penna BIC ha attraversato le epoche, fatto moda, partecipato al nostro modo di vivere e ancor oggi, strumento di scrittura più utilizzato. Ma perché la penna “biro” si chiama BIC? Tutti l’abbiamo utilizzata, ma solo pochi conoscono il significato del suo nome. Forse proprio perché il suo nome si deve al suo scopritore come sempre capita per ogni invenzione? Scopriamolo.

La storia inizia dall’ungherese László József Bíró (1899-1985) a cui si deve l’invenzione della prima penna sfera chiamata appunto biro. Bíró, non sopportando più le macchie di inchiostro lasciate dalle penne stilografiche molto in uso a quell’epoca, osservando un gruppo di bambini che giocava a biglie, ebbe un’illuminazione: usare l’inchiostro delle rotative per la stampa dei giornali e inserire una piccola sfera metallica nella punta della penna per renderlo più fluido. Nel 1943 esce il suo brevetto e intorno agli anni ’50 ad opera del francese Marcel Bich (1914-1994) si riuscì a perfezionare tale invenzione. Bich, nel 1950 lancia Cristal, la prima penna a sfera frutto del suo lavoro. Il brand per pubblicizzarla, nasce togliendo al cognome di Bich la “h”, da cui BIC. La penna si diffonde molto rapidamente, prima in Francia e poi negli Stati Uniti (1958). Dagli anni ’70 in poi, il brand si arricchirà di altri oggetti, quali accendini, lamette ed altri accessori. In questi anni la produzione non si è mai fermata ed oggi sono state commercializzate oltre 100 miliardi di penne BIC, per un successo globale senza precedenti. La BIC, infatti, con il suo carattere temporaneo, usa e getta, ha in qualche modo anticipato e incarnato la nostra epoca, ha fatto proprio quel concetto di obsolescenza percepita che contraddistingue questi nostri tempi di consumismo.

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