prof. Davide Betto

laurea in Architettura conseguita presso la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria; dottorato di ricerca conseguito presso la Facoltà di Napoli in Metodi di Valutazione. Si è abilitato all'insegnamento nella classe di concorso "A033 - Educazione Tecnica nella scuola media" nel 2004 e dal 2007 è diventato docente di ruolo. Insegna a Catania presso la scuola secondaria di primo grado Dante Alighieri. Appassionato di informatica che, insegna nelle classi 2.0 del proprio istituto, e da oltre vent'anni utente Apple. Webmaster per diletto e esperto programmi C.A.D., grafica pubblicitaria e post produzione video. Collabora con la casa editrice Lattes Editori come autore di testi di tecnologia e per sito iLTECHNOlogico.it. Vincitore del premio internazionale come miglior sito dell'anno 2016 nell'area Carriera e Formazione.

Mar 202019
 

Ebbene si, anche per noi è giunta l’ora delle sponsorizzazioni. Dopo sei anni di duro lavoro e di crescite come contenuti e visitatori, Educazionetecnica inizia una nuova era in cui in maniera oculata e discreta cerca di monetizzare questo immenso patrimonio fornito gratuitamente ad una vastissima comunità. Purtroppo il tempo è sempre di meno a causa dei tanti impegni e i costi sempre maggiori, per cui inesorabilmente si è reso necessario questo passaggio.

Per ciascuno di voi non cambierà nulla come accade normalmente su tutti i siti internet, ma se vorrete partecipare in qualche modo alla crescita di queste pagine vi basterà effettuare le vostre navigazioni o i vostri acquisti direttamente dai link che pian piano troverete sulle pagine e gli articoli. Cercherò sempre di inserire contenuti pertinenti e verificati agli argomenti trattati e scusatemi fin da adesso se per inesperienza commetterò qualche piccolo errore di gioventù. Anzi, spero siate voi per primi i tester che verificheranno la qualità dei suggerimenti e non abbiate timore di avvisarmi se qualcosa non funziona correttamente.

Grazie a tutti come sempre e buona navigazione su Educazionetecnica.dantect.it

Mar 172019
 

Forse l’era dei viaggi spaziali è veramente iniziata. Virgin Galactic, la società fondata dal miliardario britannico Richard Branson, proprietario della Virgin, ha completato con successo il quinto volo orbitale con la sua navicella Unity.

Si tratta di un mezzo spaziale Innovativo, che decolla dalla terra come un aereo portandosi, agganciata, la navicella spaziale Unity. Il mezzo, una volta arrivato negli alti strati dell’atmosfera, sgancia Unity che, alimentata da un potente motore a razzo completa il suo viaggio dirigendosi al di fuori dell’atmosfera terrestre dove entrerà in orbita temporanea. Planando come un aliante, rientrerà poi, nell’atmosfera e esattamente come un aereo atterrerà nuovamente alla base di partenza.

Quello compiuto il 26 febbraio è stato il quinto test di volo per la navicella ed è stato particolarmente importante perché per la prima volta sono stati portati in orbita tre esseri umani e non semplici manichini o robot come le volte precedenti. Si tratta dell’addestratore spaziale Beth Moses e altri due piloti Mike Masucci e Dave Mackay. L’istruttore Moses farà da convalidatore per alcuni elementi del design della navetta.

L’unità è stata trasportata in quota dall’aereo WhiteKnightTwo, prima di essere rilasciata e accendere il suo motore a razzo per salire più in alto.L’era dei viaggi spaziali pare proprio iniziata, perché la Unity può contenere fino a sei passeggeri oltre ai due piloti. Già sono oltre 600 gli aspiranti astronauti per il volo e le operazioni commerciali della Virgin inizieranno molto presto. Si pensi che un biglietto per un volo andata e ritorno nello spazio costa circa 250.000 $, sicuramente non alla portata di tutti ma solo di alcuni paperoni del pianeta, ma è sicuramente l’inizio di un’era.

Le impressioni riportate dai tre astronauti sono state ricche di enfasi: Moses ha espresso la sua emozione così: “la terra era così bella e così chiara ed è stato incredibilmente intenso“. Mackay ha detto “è la prima volta che sono nello spazio e la vista è assolutamente straordinaria“ ed infine Masucci ha raccontato la sua esperienza così: “è stata davvero surreale, quello che mi ha veramente colpito è stato quanto fosse silenzioso“.

Adesso inizieranno gli ultimi test per rendere veramente completa ed efficiente la navicella Unity, per poter iniziare a portare i ricchi passeggeri a fare un giro nello spazio intorno al pianeta azzurro.

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Mar 112019
 

Sembra arrivare direttamente da un film di fantascienza la quinta incarnazione, quella finalmente visibile, in scala reale e tangibile, tra i vari prototipi finora ipotizzati negli avveniristici rendering, della capsula del treno superveloce Hyperloop.

Tutto è straordinario ed incredibile in questo modernissimo, si fa difficoltà a chiamarlo treno, nuovo sistema di trasporto. Dal progetto, ai materiali, al design.

Come gli artigli di Wolverine degli X-Men erano in adamantio, una lega più resistente dell’acciaio e del diamante, inventato appositamente dalla penna creativa di Stan Lee, la Quintero One, la nuova capsula del treno superveloce è stata realizzata completamente in vibranio. Questa volta non si tratta di un materiale fantasioso, bensì di una lega plasmata ad hoc per la realizzazione di questo incredibile treno. Il primo prototipo reale della capsula è stato assemblato dalla iberica Artificial, partner della Hyperloop Transportation Technologies. Artificial è un’impresa nata dalla fusione tra Carbures, azienda con esperienza nei materiali compositi e Inypsa società di ingegneria che lavora nel settore spaziale e dell’aviazione.

Anche il design è d’eccellenza, realizzato da uno studio di fama mondiale il PriestmanGoode che ha vinto il premio Gold nel 2017 ai London Design Awards. 

Questo modello di capsula sarà trasportato poi in Francia, a Tolosa, dove verrà assemblato e integrato con elementi interni mancanti in maniera da realizzare così la prima capsula che potrebbe realmente trasportare persone. 

Non molti dati sono stati resi noti in merito, ma si sa che la lunghezza è di circa 32 metri dei quali 15 riservati alla cabina passeggeri; questo fa ipotizzare che i passeggeri, comunque, non potranno essere molti.

I passi avanti compiuti permettono di ipotizzare che questa nuova capsula potrebbe essere la definitiva ed entrare in servizio già 2019 ed essere impiegata in tutto il mondo senza troppe difficoltà legislative. Staremo a vedere cosa accadrà e se è presto potremmo anche noi comprare un biglietto per viaggiare alla velocità di 1200 km/h sulla terra anziché in aria.

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Mar 012019
 

Anche il trasporto su rotaia comincia ad aggiornarsi nella visione smart ed eco-compatibile come già accaduto per quanto riguarda le autovetture. Infatti, dal 1 marzo in Italia sono a partiti gli eco bonus e l’eco-tassa per favorire il cambiamento in direzione di autovetture meno inquinanti dell’intero parco auto nazionale. Come dicevo, anche il trasporto ferroviario grazie alla francese Alstom, sta vivendo un momento di passaggio. Si chiama Coradia iLint ed è un treno ad idrogeno ad emissioni zero, che rilascia nell’atmosfera solo vapore acqueo e condensa, quindi senza alcun inquinante e senza alcun impatto sull’ambiente. Oggi, il trasporto su rotaia è già quello più ecologico, ma questo non basta. Coradia iLint porta l’attenzione verso l’ambiente a un altro livello.

Questo treno è capace di trasportare fino a 300 passeggeri, 150 posti in piedi e 150 posti seduti e può fare circa 800 km con un pieno di idrogeno e raggiungere la discreta velocità di 140 km/h. Questa sua autonomia e velocità lo configurano come la scelta ideale per sostituire dei treni regionali veloci. In Italia la prima regione ad ospitare questo treno ad idrogeno sarà la Toscana  mettendo in deposito i vecchi treni diesel rumorosi ed inquinanti.

Ovviamente questi nuovi treni saranno utilizzati su linee non elettrificate, come ad esempio la Siena-Chiusi e la Siena-Empoli. La Toscana da questo punto di vista è una regione pioniera e all’avanguardia rispetto anche alle grandi nazioni europee.

Già da tempo la Toscana aveva pubblicato un bando nel quale ricercava progetti e idee per creare una mobilità a impatto zero compresa la filiera per l’approvvigionamento e le infrastrutture pensate secondo questa visione. Per ora è presente solo il progetto di Alstom, ma altri concorrenti presto compariranno per partecipare a questa interessante gara. La ditta francese ha già fatto partire un progetto pilota in Germania che ha permesso di alcuni stati della nazione di dotarsi di primo modello di treno ad idrogeno. Questo ha già lasciato la stazione nello scorso mese di dicembre e presto sarà affiancato da altri 14 treni a celle di combustibile.

I treni idrogeno rappresentano una grande opportunità sia per quanto riguarda le regioni ma anche per quanto riguarda le nazioni e adesso si aspetta una direttiva specifica da parte della Comunità Europea.

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Mar 012019
 

Rispetto dell’ambiente, biocompatibilità, soluzioni green per l’architettura, case smart, sono oramai i temi che ritroviamo sempre più spesso quando si parla di architettura. Ma la richiesta è sempre più quella di una città a dimensione d’uomo, in cui la natura ne diventa parte, non è viene esclusa. Nasce proprio da quest’idea il progetto di Carlo Ratti e Associati denominato Greenary, una casa di campagna costruita attorno a un grandissimo albero di 10 metri. Vincitore del progetto, il gruppo Ratti realizzerà questa casa di campagna nella periferia di Parma ed è parte di un progetto dell’azienda Mutti che accanto all’abitazione vorrebbe realizzato anche lo stabilimento in continuità con l’ambiente che lo circonda. L’idea è quella di fondere insieme natura e edilizia, lavoro e svago.

Il gruppo Carlo Ratti e Associati ha vinto il bando per questo progetto nel 2017. La costruzione è iniziata a fine 2018 e dovrà essere completata entro il 2019. Tutto parte intorno a un gigantesco ficus di cinquant’anni alto 10 metri e l’intera costruzione dovrebbe occupare uno spazio di circa 800 metri quadrati. L’integrazione con questo tipo di pianta risulta essere abbastanza semplice perché il ficus è un albero che ama molto le temperature stabili, quindi, è adatto per essere inglobato all’interno di una costruzione.

L’edificio nasce intorno a un idea di spazi interconnessi, come lo sono praticamente i rami dell’albero, si tratta in tutto di sei spazi domestici tre al piano terra e tre al piano inferiore. Ogni ambiente e destinato una specifica attività; abbiamo così lo spazio per la lettura, lo spazio per la musica, lo spazio conviviale, lo spazio per lo yoga e anche una cantina per il vino e per i prosciutti ed altri insaccati non dimenticando che siamo appunto a Parma.

In questo edificio è ripreso e ribaltato il concetto di casa sull’albero che ognuno di noi ha sempre desiderato di possedere. Una perfetta unione tra naturale e artificiale, un modo per vivere in mezzo all’ambiente e non separato da questo.

Secondo quanto raccontato da Carlo Ratti, in un’intervista, il principio guida della casa Greenary è la biofilia cioè quell’impulso naturale a connettere le diverse forme di vita insieme. E nei principi della biofilia, per esempio, vi sono alcune linee guida sulla disposizione degli ambienti architettonici come, per esempio, la disposizione della stanza da pranzo che si trova in fondo la casa ad un livello appena inferiore al terreno in modo che il tavolo, sul quale si siederanno i commensali si trovi allo stesso livello del prato e quindi, in modo tale da poter guardare all’esterno e sentirsi parte di questo spazio. Il ficus diventa l’elemento centrale attorno al quale si dipanano i diversi spazi di questa costruzione, tutti pensati per offrire diversi aspetti della natura e diversi punti di vista per osservarla.

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Feb 252019
 

Che l’Internet delle cose (IOT), la tecnologia e la digitalizzazione sia ormai pervasiva, circondandoci e avvolgendoci ovunque, è un dato di fatto, ma a volte anche questa consapevolezza non ci sottrae allo stupore nel vedere e nel constatare in quanti ambiti e in quanti oggetti questa possa essere integrata.

L’ultima innovazione in campo digitale e dell’intelligenza artificiale, è stata presentata al Consumer Elettronic Show 2019 di Las Vegas. Si chiama Artemis e si tratta del primo specchio smart al mondo, integrato con una piattaforma CareOS. Non si tratta più di un semplice oggetto che riflette un’immagine, bensì di uno strumento utilissimo per la cura della propria salute e del proprio benessere, compatibile con una moltitudine di dispositivi.

Le funzioni previste per questo specchio ricordano molto quelle viste in tanti film di fantascienza. Artemis, infatti, consente non solo di fungere da lente di ingrandimento specificando il punto interessato da ingrandire, ma anche, ad esempio, di fare il test di acuità visiva in modo da tenere traccia dei cambiamenti della vista che, potrebbero richiedere una visita specialistica. Inoltre, può interfacciarsi con oltre 50 di dispositivi digitali capaci di ampliarne le funzioni smart.
Ma le meraviglie non terminano qui: diventerà sicuramente un valido assistente alla propria bellezza, potendo acquisire video a 360°, visualizzazioni in 4D della propria immagine, osservarsi da ogni angolazione, confrontarsi nel tempo, fare la prova virtuale di prodotti di bellezza, utilizzare strumenti interattivi e la realtà aumentata per acconciarsi e truccarsi nel modo migliore guidati da un esperto.


Oltre alla parte health care, lo specchio fornisce funzioni fitness coaching per aiutarci durante la nostra giornata. Stretching, yoga e movimenti necessari a sbloccare le nostre articolazioni saranno suggerite quando necessario attraverso messaggi e indicazioni sullo specchio-display. Inoltre possibilità di teleconferenze con chiamate al proprio medico o al proprio nutrizionista, tracciamento della qualità dell’aria per comprendere come questa possa influire sulla nostra salute o forma fisica.

Ovviamente tutte le funzioni sono attivabili tramite comando vocale, dal controllo dello specchio alle luci, oltre che alle impostazioni dei dispositivi ad esso collegati.

Il prezzo ovviamente di questa meraviglia è all’altezza di tanta innovazione. Si parla infatti di una cifra molto prossima ai 20.000 dollari e sarà disponibile sul mercato nella seconda metà del 2019.

Chissà se Biancaneve acquisterebbe questo specchio….

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Feb 202019
 
CERCHI NEL CERCHIO
Dati CERCHI concentrici all’interno di un cerchio distanti 2 quadretti o quanto indicato dal docente
Consegne Descrizione
Consegna 1 CERCHI NEL CERCHIO
Digit Esegui le consegne in digitale utilizzando il CAD
Livello Classe
STRUMENTI NECESSARI:
DESCRIZIONE:

usando un foglio a quadri dal quadernone, effettuiamo la sua squadratura secondo lo schema appreso (vedi SQUADRATURA). Utilizzeremo l’area da disegno (quella gialla) per realizzare le consegne richieste sopra.

CERCHI NEL CERCHIO

posizionando il foglio in verticale (ossia con il lato corto verso di noi) e i fori a sinistra, procediamo nel seguente modo:

per prima cosa, dovremo individuare un’area perfettamente quadrata:

  • contiamo in orizzontale il numero di quadretti dell’area da disegno, come in figura.
  • dovremo considerare il numero massimo di quadretti pari; quindi, se per caso il foglio avrà 47 quadretti, dovremo fermarci a 46, il numero pari più grande possibile.

  • stabilito il numero di quadretti massimo orizzontali, riportiamoli in verticale come in figura.

  • adesso tracciamo l’area quadrata composta in orizzontale e verticale dallo stesso numero di quadretti.

  • una volta tracciata l’area quadrata, disegniamo le linee mediane.

  • a partire dal centro, tracciamo un cerchio di raggio 4 quadretti.

  • sempre con il compasso al centro degli assi, tracciamo un secondo cerchio con raggio 6 quadretti.

  • continuiamo la sequenza di cerchi concentrici fino ai bordi dell’area quadrata aumentando il raggio dei cerchi di due quadretti ogni volta.

  • allo stesso modo, puntando il compasso nel quadrante in basso, tracciamo un’altra sequenza di cerchi ricordando che il primo ha raggio 4 e i seguenti 2 quadretti in più ogni volta. E’ importante che ogni cerchio resti confinato entro il cerchio più grande prima tracciato (vedi figura sotto).

  • ripetiamo la stessa operazione puntando il compasso sul quadrante in alto.

  • identica operazione puntando il compasso sul quadrante a destra (vedi figura sotto).

  • infine ripetiamo ancora una volta l’operazione posizionando il compasso sul quadrante a sinistra.

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Feb 202019
 

L’inquinamento e l’uso non oculato delle risorse sta causando fenomeni sempre più estremi per cui sentiamo parlare e vediamo sui TG di inondazioni, terremoti, violenti temporali che flagellano il pianeta. Inoltre, l’altissimo inquinamento dovuto alle sostanze utilizzate e riversate nell’ambiente, una per tutti la plastica, sta rendendo le coscienze sempre più attente al problema e sempre più spesso ci imbattiamo in proposte per rendere eco-compatibile il nostro sistema di vita.

Nasce da questi presupposti il “Resilient Homes Design Challenge” lanciato dalla Word Bank per trovare delle soluzioni in grado di arginare i devastanti effetti del cambiamento climatico.

Una delle 9 proposte vincenti è il progetto realizzato da Laura Munoz Tascon, una studentessa colombiana che, per il Politecnico di Torino, ha realizzato la Core House, il progetto di una casa auto-costruibile e auto-sostenibile, dotata di un sistema di galleggianti fatto di fusti di plastica riciclata che le consentono, in caso di inondazione, di sollevarsi fino a 1,5 m, quindi, di galleggiare letteralmente sull’acqua. La casa, inoltre, si presenta dal punto di vista estetico molto piacevole perché realizzata in canne di bambù e con dei sistemi di parasole che possono chiudersi per proteggere le aperture in caso di forte vento.

Il team del politecnico di Torino tra l’altro è l’unico, tra i nove premiati, non composto da professionisti, bensì da accademici. Le proposte pervenute sono state più di 300 suddivise in tre scenari diversi: il clima caldo umido, gli ambienti sottoposti a frequenti esondazioni o inondazioni, e lo scenario freddo dell’Himalaya con frequenti terremoti e frane.

La Word Bank e le Nazioni Unite hanno così proposto questo concorso con l’intento di promuovere la progettazione di piccole case economiche e sostenibili che, potessero essere costruite in zone colpite da calamità ad un costo inferiore di 10.000 dollari. Il team del politecnico di Torino, facente parte laboratorio interdisciplinare “Design within the limits of scarcity“, ha così preso parte alla sfida, un gruppo composto da 48 studenti di tutto il mondo iscritti al Politecnico o in Italia per l’Erasmus, coordinati da un nutrito gruppo di docenti dell’Università. Hanno prima sviluppato alternative di progetto per poi formare tre diversi team ciascuno per uno dei diversi scenari proposti dal concorso. Uno dei tre gruppi, come detto, è entrato nel novero dei vincitori.

I progetti vincenti, saranno invitati per un’esposizione nella sede centrale a Washington della Word Bank e in altre sedi internazionali e saranno finanziati per poter essere realizzati e sperimentati in ambiti reali dove la Banca Mondiale interviene in caso di calamità naturale.

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Feb 132019
 

Infinite soluzioni in campo architettonico proposte per rendere le case del futuro non solo meno energivore, ma soprattutto più smart e piacevoli da vivere. Alla prima edizione del Klimahouse Startup Award, moltissime startup, hanno proposto idee e progetti per la casa smart del futuro, vediamone qualcuna.

LA MATTONELLA ELETTRICA DI VERANU

Le soluzioni ideate sono moltissime e tutte di grande livello ad iniziare dalla piastrella che produce energia prodotta dalla società chiamata Veranu, una pavimentazione che utilizzando l’effetto piezoelettrico, riesce rogare 2 watt di potenza per ogni passo compiuto da una persona. Bastano in pratica 20 passi per accendere un lampione a luci LED.

La mattonella smart di Veranu

IL SISTEMA INTEGRATO DI GREENOVATION

La società Greenovation ha sviluppato tutto un sistema per consentire di abbattere i consumi degli energetici degli edifici creando una piattaforma in cui l’utente deve solo inserire i dati base sull’immobile e il sistema genera un progetto di qualificazione energetica completo e personalizzato inoltre è possibile anche ottenere una lista degli impiantisti o dei tecnici in grado di effettuare i lavori nella zona di riferimento. Il sistema è anche in grado di inviare messaggi di allarme nel caso di malfunzionamento o di situazioni anomale.

Il sistema Greenovation

LYT SONIC LA LAMPADA ANTIFURTO

Authometion, invece, ha creato una lampadina a LED a bassissimo consumo energetico chiamata Lyt Sonic che non ha solo lo scopo di illuminazione ma attraverso l’analisi delle onde subsoniche, riesce a rilevare le intrusioni all’interno gli ambienti domestici. In pratica questa lampadina integra un sistema di allarme connesso a Internet che notifica immediatamente al proprietario o ai servizi di sicurezza, l’allarme per l’infrazione.

La lampada smart Lyt Sonic

LA CASA MODULARE DI MODOM

Modom ha, invece, realizzato un sistema costruttivo multistrato, paragonabile a una sorta di mattoncini componibili facili e veloci da montare. Si tratta di pannelli che vengono assemblati secondo uno schema e che consente di ottenere il massimo isolamento, integrando tutti gli impianti.

I pannelli vengono montati tramite incastri ho giunzioni ed è possibile aggiungerne o rimuoverne alcuni in modo semplice anche dopo aver completato la costruzione.

La casa modulare di Modom

UN ISOLANTE DAGLI SCARTI DELLA LANA

Anche l’isolamento termoacustico ha il suo momento di gloria attraverso il progetto della società Brebey. Si tratta di un procedimento che consente di utilizzare gli scarti di lavorazione della lana per realizzare pannelli termo acustici per gli edifici residenziali e gli uffici. Si tratta di un procedimento che ottiene, dalla lavorazione della lana, un tessuto-non-tessuto elastico, compatto con prestazioni decisamente superiore rispetto ai tradizionali isolanti a base di fibre di lana. Sul mercato è già disponibile un pannello chiamato Tecnolana 4075.

Il pannello termoisolante Tecnolana 4075

UN VETROMATTONE ENERGETICO

Il classico vetromattone, utilizzato dove non è possibile aprire finestre per consentire il passaggio della luce diventa anch’esso smart. SBskin progetta vetromattoni che integrano celle solari terza generazione da istallare all’esterno sulle facciate o sulle copertura, così da produrre energia oltre che a ricevere la luce del sole. E’ possibile anche decorare i mattoni creando effetti accattivanti.

I vetromattoni fotovoltaici di SBSkin

UN GIARDINO PENSILE PER TUTTI

Ognuno potrà avere il proprio spazio verde, anche lì dove non è possibile. Green4All progetta il primo giardino pensile, una sorta di balcone serra che può essere applicato sugli edifici esistenti per dotarli di spazi verdi.

Ma non basta; un sistema di celle fotovoltaiche produce energia mentre un altro raccoglie l’acqua piovana per il sistema idroponico il tutto con un aspetto raffinato e moderno.

Il giardino pensile di Gree4All

PORTE ANSTISISMICHE

Si chiama Quick Saver la soluzione di porta innovativa contro i sismi prodotto dall’italiana Lf System Italia. Una barra d’acciaio e un serie di cuscinetti riescono ad assorbire e dissipare l’energia di un sisma evitando che la deformazione impedisca alle porte di aprirsi. In questo modo restano libere le vie di fuga in caso di necessità.

La porta antisismica Quake Saver

LA REALTA’ VIRTUALE IMMOBILIARE

Anche il campo della vendita o dell’affitto di soluzioni immobiliari diventa smart. La startup inVRision realizza stanze virtuali che simulano i contesti reali dove il cliente può toccare con mano il progetto o l’appartamento da acquistare. Per la prima volta egli vive un’esperienza immersiva all’interno dello spazio a lui congeniale potendone simulare sia la conformazione che l’arredamento desiderato. E’ già stato creato il prototipo di ResiZone, un motore VR per l’arredamento e gli agenti immobiliari.

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Feb 102019
 

Produrre energia elettrica attraverso l’uso del nucleare è ormai noto che, può avvenire attraverso due diversi processi conosciuti come fissione nucleare, ossia la rottura di un atomo pesante in due più leggeri o attraverso la fusione nucleare di due atomi leggeri per formarne uno più pesante.

Il processo sfruttato all’interno di tutte le centrali oggi esistenti è quello di fissione nucleare cioè di rottura dell’atomo. Viene utilizzato normalmente Uranio 235 o Plutonio 239, due materiali che hanno caratteristiche fissili cioè se bombardati con un neutrone possono separare il loro nucleo in due parti distinte. Al contrario, il processo di fusione non può essere utilizzato perché, per far unire insieme due atomi differenti è necessaria una temperatura straordinaria di milioni di gradi che non è possibile ottenere sulla terra perché nessun materiale è in grado di reggere a tali temperature estreme.

Gli studi sono indirizzati verso la realizzazione di una fusione a freddo, dove e poi sia possibile ottenere lo stesso fenomeno, cioè l’unione di due atomi leggeri in uno più pesante senza queste temperature. Gli studi sono ovviamente in corso ma prima che vengano risolti i tanti problemi passeranno alcune decine di anni.

In realtà però, gli studi sulla fusione nucleare procedono con sempre nuovi successi a livello planetario. Sono spinti dai molti fattori positivi; innanzitutto si utilizzano isotopi dell’idrogeno, quali deuterio e trizio, per formare una molecola più leggera di elio. Essendo ottenuti dall’idrogeno, ossia una delle sostanze più diffuse sul pianeta, sono infinite e a costo zero rispetto alla fissione dove, utilizzando l’Uranio, bisogna arricchirlo per produrre l’U235 elemento raro ma fissile del normale Uranio. Questo ovviamente con processi lunghi e costosi. Inoltre, la fusione non produce scorie radioattive se non in minima parte, questo significa energia pulita, nessuna necessità di stoccare materiale radioattivo, pericolosità della fonte o della centrale. Gli studi sono spinti dal fatto che la fusione nucleare, data la quantità di energia prodotta, potrebbe sostituire tutte le altre fonti conosciute e fornire energia sufficiente all’infinito per l’intera popolazione terrestre.

Come ho detto, tanti studi sono in corso in tutto il pianeta sperimentando tecnologie capaci di produrre e contenere l’enorme calore necessario ad ottenere la fusione. Un grande passo avanti è stato compiuto all’inizio del 2018 in Cina ad Hefei, dove all’interno di un gigantesco reattore a fusione nucleare, chiamato EAST (Experimental Advanced Superconducting Tokamak), si è raggiunta per la prima volta una temperatura talmente elevata da far impallidire quella del sole: pensate oltre 100 milioni di gradi centigradi contro i circa 15 milioni raggiunti al centro della nostra stella. Questo rappresenta un enorme passo avanti nella tecnologia della fusione nucleare e soprattutto nella ricerca di una tecnologia adatta a produrre energia da questo specifico fenomeno. Inoltre, questo reattore è riuscito a mantenere il plasma a questa temperatura per un periodo record di 101,2 secondi, un’eternità se paragonato alle durate di altri esperimenti.

Reattore nucleare EAST

Infatti, il problema maggiore è riuscire a contenere questo plasma a questa incredibile temperatura, lontano dalle pareti del contenitore. Nel Sole o nelle stelle, questo è più facile grazie all’enorme pressione generata le forze gravitazionali delle masse stellari per cui materiali rimangono praticamente concentrati attorno al nucleo della stella. Nel caso di una centrale, invece, il materiale non può entrare a contatto con nessun oggetto per cui il problema è risolto generando enormi campi magnetici capaci di mantenere in sospensione il plasma a metà strada tra qualunque punto di contatto con il reattore.

Reattore nucleare EAST

La maggior parte delle macchine per la termo-fusione oggi in sperimentazione nelle diverse nazioni, bassa il proprio funzionamento sul tokamak. Si tratta di una macchina sperimentale ideata da fisici russi che ha una forma ad anello capace di generare enormi campi magnetici che mantengono gli isotopi di idrogeno allo stato di plasma in sospensione.

Schema di funzionamento del Tokamak

Anche in Germania, nel loro programma di sviluppo di tecnologie per la fusione, nella struttura di Greifswald è stato creato plasma a 40 milioni di gradi per circa 25 secondi all’interno del reattore Stellarator Wendelstein 7-X.

Reattore tedesco Stellarator Wendelstein 7-X

A livello globale, poi, una menzione speciale la merita ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor) che vede l’Italia in prima fila essendo tra i principali partner delle aziende europee EUROfusion e Fusion for Energy. Anche l’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), partecipa a queste iniziative con il proprio Dipartimento di fusione e tecnologie per la sicurezza nucleare FSN e recentemente ha assemblato, in Giappone, 20 grandi bobine toroidali nel reattore sperimentale a fusione JT-60SA costruite in Italia.

Reattore giapponese JT-60SA

Inoltre, nel Centro di Ricerche Enea di Frascati a Roma, è in fase di realizzazione un polo scientifico chiamato Divertor Tokamak Test (DTT), più avanzati al mondo nella ricerca sulla fusione nucleare.

In questo centro saranno studiati i nuovi divertori, cioè quelle parti delle pareti su cui è deviato il plasma che sfugge ai campi magnetici a causa delle instabilità. Per impedire il loro danneggiamento, opportune linee di campo magnetico spostano il plasma su aree prestabilite delle pareti dotate di particolare resistenza termica ed elevata capacità dissipazione del calore normalmente realizzate in tungsteno, un metallo che fonde a temperature molto elevate. Lo scopo di questa ricerca è quello di trovare nuove soluzioni tecnologiche da adottare in DEMO, ossia il reattore evoluzione di ITER.

Evoluzione dei reattori a fusione nucleare

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Feb 072019
 

Il problema idrico mondiale è sicuramente una delle sfide maggiori per i paesi sviluppati. 2,1 miliardi di persone al mondo attualmente non hanno accesso all’acqua potabile con le gravi conseguenze sia igieniche che sanitarie. La situazione mondiale pare non stia migliorando, anzi la crisi idrica ha colpito anche paesi precedentemente non coinvolti in questa problematica allargando il problema.

Riuscire a reperire acqua potabile a basso costo per rifornire questi paesi sta diventando una priorità e l’ultima novità è stata presentata al CES di Las Vegas finanziata da un fondo compartecipato da due dei più ricchi miliardari del mondo, Bill Gates e Jeff Bezos. L’idea finanziata e quella della startup Zero Mass Water, che utilizza un sistema alimentato da pannelli solari fotovoltaici, in grado di estrarre l’acqua dal vapore contenuto nell’aria, sterilizzarlo, trasformarlo in liquido e immagazzinarlo in un container direttamente connesso con un rubinetto. Il processo sfrutta pannelli solari noti come Source ed un materiale in grado di assorbire le particelle di umidità dell’atmosfera. Con soli 2.000 dollari più 500 per l’istallazione, Source può fornire l’equivalente di 10 bottiglie di acqua al giorno per un periodo compreso tra 15 e 20 anni.

Il progetto è stato già introdotto in via sperimentale in 18 paesi, ma la società mira a rendere Source disponibile ai governi locali e associazioni no profit così da portare l’acqua nelle comunità più a rischio. Il sistema utilizza, inoltre, è una serie di filtri capaci di impedire al particolato e ad altri detriti di entrare nell’impianto in maniera tale che l’acqua non venga contaminata.

Anche gli Stati Uniti d’America, dove un milione e mezzo di persone non hanno accesso all’acqua potabile, stanno pian piano implementando questo sistema a basso costo, capace di garantire maggiore salubrità rispetto a quella offerta oggi dalle bottiglie di plastica.

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Feb 062019
 

A volte le idee migliori vengono per caso, a volte sono provocate da azioni o fatti reali, altre vengono dalla fantasia dei bambini. È questo il caso di Haaziq Kazi un bambino indiano di appena 12 anni che ha ideato una superbarca smart capace, nella sua visione, di ripulire il mare dalle tonnellate di plastica che vi finiscono per mano dell’uomo. Un progetto visionario, fantasioso ma capace di sensibilizzare tutti su un problema grave che riguarda l’intero pianeta.

Il bambino lavora a questo progetto già da quando aveva nove anni e la sua nave di nome Ervis è ormai definita in ogni elemento. Dotata di un sistema di dischi, pompe idrauliche e filtri perfettamente disegnati, capaci di risucchiare tutta la plastica dagli oceani ma non soltanto. E’ anche capace di separare i rifiuti raccolti e distinguerli per caratteristiche e pericolosità.

Ervis è lunga 40 metri, larga 12 e alta 25 e dovrebbe avere una stazza orientativa di 600 tonnellate e dovrebbe essere capace di muoversi anche sui fiumi. Un progetto geniale, originale tanto da esser diventato fonte di ispirazione per molti ed esser valsa la ribalta al giovane indiano, invitato a  convegni e conferenze sui problemi degli oceani e dell’inquinamento.

Haaziq punta sempre il dito sulla tempistica, ricordando come sia necessario intervenire al più presto per salvare il mare. Il giovane indiano sta cercando uno sponsor che possa trasformare il suo progetto in una barca reale e chissà, se nel suo percorso, il giovane inventore riuscirà a coronare il suo sogno di fanciullo.

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Feb 052019
 

I sistemi di riconoscimento biometrici, sono dei sistemi informatici oramai molto sviluppati che consentono di riconoscere con assoluta precisione una persona rispetto, invece, alla semplice analisi fatta dall’occhio umano. Per fare un esempio, alcuni smartphone, già oggi, riconoscono il proprietario semplicemente avvicinando il volto al terminale oppure poggiando il dito sullo schermo per riconoscere la conformazione della sua impronta digitale. In pratica ognuno di noi è unico non tanto perché ha un taglio di capelli, la barba, un colore degli occhi e una precisa altezza, ma perché ha altri caratteri molto più difficili da sostituire o modificare come, ad esempio, la distanza tra gli occhi, i dettagli dell’iride, i tratti somatici o la conformazione stessa del viso. In pratica attraverso il riconoscimento biometrico è quasi impossibile essere ingannati perché i parametri che vengono misurati, ho presi in considerazione, non possono essere falsificati con la stessa facilità con cui cambiamo il colore dei capelli o la montatura degli occhiali. In pratica, il sistema biometrico non si affida a parametri consueti come il colore degli occhi facilmente modificabile con delle semplici lenti a contatto o un taglio o colore di capelli, bensì misura dettagli minuscoli ma che tracciano una mappa impossibile da modificare come ad esempio il disegno dell’iride umano.

Qual è lo scopo di tutto ciò? Una prima applicazione potrebbe essere quella di sostituire il passaporto, ossia il documento con il quale viaggiamo per recarci fuori dalla nostra nazione, semplicemente con il nostro viso. Non sarà più necessario portare documenti ma semplicemente farsi scannerizzare il volto per avere certezza di essere noi stessi ed essere riconosciuti da un database che fornirà tutte le informazioni necessarie. Si tratta di un cambiamento epocale che, però, ha visto il 45% delle persone disposta a farsi conoscere attraverso le caratteristiche biometriche, proprio per motivi di sicurezza così come afferma l’International Air Transport Association (IATA) l’ente di sicurezza per il trasporto aereo.

Molti però sono i critici riguardo questa innovazione: il sistema è hackerabile? Quali sono i rischi per la privacy? L’argomento è al centro di ampi dibattiti, ma l’innovazione spingere in questa direzione. Oramai molti campi sono legati alla riconoscimento biometrico per migliorare la precisione e la qualità di alcune funzioni anche se questo porta con sé qualche svantaggio come la possibile perdita di posti di lavoro.

Ma la sicurezza e l’impedire a qualcuno la possibilità commettersi crimini camuffandosi o utilizzando documenti falsi, diventerà soltanto un ricordo da film d’epoca. Siamo di fronte a un cambiamento epocale? Tutti documenti verranno sostituiti dal riconoscimento biometrico? Per ora questo sembra impossibile ma nel giro di pochi anni le tecnologie e la necessità di sicurezza sicuramente spingeranno in questa direzione.

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Feb 042019
 

I nuovi materiali, soprattutto quelli compositi, stanno aprendo strade mai esplorate in tantissimi ambiti soprattutto quello spaziale. Arriva infatti, dalla NASA dei laboratori JPL l’ultimo ritrovato in fatto di nuovi materiali. Si tratta di una sorta di rete composta da tanti pezzettini di metallo lucido uniti tra di loro a formare un tessuto unico quasi come la vestizione protettiva dei cavalieri medievali.

Il materiale è stato realizzato a costi relativamente bassi grazie alla stampa 3D. Ogni singolo elemento può, infatti, essere stampato separatamente e assemblato nella configurazione definitiva. Il fatto di essere composto da tanti elementi separati ma uniti in una rete unica gli conferisce grande flessibilità e lo rende adatto ad essere utilizzato per elementi non rigidi ma capaci di adattarsi a scopi diversi, come antenne o vele solari per le navicelle spaziali del futuro. Altra caratteristica interessantissima di questo materiale è che, le due facce sono completamente diverse, una lucida in grado di riflettere il calore e la luce e quindi, utilizzabile come schermatura per proteggere dal surriscaldamento le navi spaziali, l’altra opaca capace di trattenere il calore, da poter essere utilizzata per isolare spazi interni in realtà particolarmente fredde.

Il fatto di essere prodotto con la stampa 3D rende questo materiale adattabile a qualunque tipo di configurazione e impiegabile in 1000 modi diversi anzi, secondo Polit Casillas, l’ingegnere a capo del progetto, questa caratteristica lo renderebbe adatto, in futuro, a stampa direttamente in viaggio nello spazio o riciclabile quando non più utile. Inoltre la versatilità di questo materiale composto da tantissimi pezzi, renderebbe le parti complessive realizzate, molto più sicure e meno costose perché meno soggette a guasti o rotture.

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Gen 272019
 

Abbiamo visto gli alberi luminescenti, l’energia solare tratta dalle piante, l’elettricità dal rabarbaro, ma la scoperta fatta da un gruppo di ricercatori italiani potrebbe rivoluzionare tra qualche anno il modo con il quale produciamo energia.

Descritta sulla rivista internazionale Advanced Functional Materials, la scoperta evidenzia come alcune piante ibride, siano capaci di accendere lampadine a LED. Queste piante sono state sviluppate nel Centro di Micro-Bio Robotica, dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Pontedera in provincia di Pisa. In pratica, in queste piante un piccolissimo movimento provocato dal vento o da altra causa, fa si che le foglie diventino dei veri e propri generatori di corrente. Ogni foglia è così in grado di generare un’energia pari a 150 Volt, sufficiente ad accendere oltre 100 lampadine LED contemporaneamente.

La scoperta è eccezionale, non solo perché si tratta di un sistema in cui elementi naturali, come le piante, collaborano con l’uomo per generare elettricità, ma perché questa nuova fonte di energia è assolutamente green, compatibile con l’ambiente.

In questo studio, i ricercatori sono riusciti a riprodurre i meccanismi secondo cui queste piante riescono a produrre elettricità convertendo l’energia cinetica provocata sulla loro superficie da fonti esterne quali il vento. Non è ancora chiaro quale sia il meccanismo per cui questo fenomeno sia possibile, ma la sua scoperta ha consentito ai ricercatori di riprodurlo.

Una volta messe in movimento, le foglie raccolgono l’elettricità sulla loro superficie in un processo che è stato chiamato elettrificazione a contatto, attraverso il quale queste cariche elettriche vengono trasmesse dalla superficie delle foglie all’interno di queste quasi come attraverso un cavo elettrico virtuale che trasmette l’elettricità attraverso tutto il corpo della pianta.

L’elettricità prodotta, viene poi raccolta attraverso una sorta di presa elettrica collegata al suo stelo e immessa su un impianto luminoso.

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Gen 162019
 

Era il 2004 quando due ricercatori, Andre Geim e Konstantin Novoselov, scoprirono quasi per caso un materiale che può definirsi senza ombra di dubbio il “materiale delle meraviglie“: il grafene. L’incredibile scoperta di cui ancora non si son ben definiti i limiti, è valsa dopo soli 6 anni, il premio Nobel per la Fisica ai due ricercatori.

Andre Geim e Konstantin Novoselov

Dotato di proprietà straordinarie che, hanno consentito di rivedere molte delle caratteristiche fisiche e chimiche conosciute, elencare le proprietà del grafene è quasi impossibile.

Partiamo dal fatto che è il materiale più sottile al mondo. Ha una struttura piana fatta di un reticolo dello spessore di un solo atomo, quando si pensava che non potessero esistere materiali con struttura atomica di questo spessore. Pensate che per ottenere un solo millimetro di questo materiale, bisognerebbe sovrapporne ben 3 milioni di strati.

Grazie al suo incredibile spessore, gli elettroni si spostano su una superficie, anziché su un volume. In questo modo, nel loro percorso non dovendo passare all’interno del materiale, scorrono come in un fiume, non scontrandosi con altre particelle che, come negli altri materiali conduttori tradizionali, li rallenterebbero e per attrito trasformerebbero parte della loro elettricità in calore da dover poi dissipare. Questo lo rende un conduttore elettrico eccezionale, 250 volte migliore del silicio e contemporaneamente non svilupperebbe calore al passaggio della corrente.

Una delle prime applicazioni del grafene in campo energetico è stata una lampada LED molto più potente, efficiente e durevole di qualsiasi altro tipo di illuminazione.

Ha una incredibile elasticità che permette di allungarlo fino al 120% della sua lunghezza, ma nonostante ciò è più duro del diamante. Questo ha consentito agli scienziati di creare una sorta di spugna da utilizzare in campo edile, decine di volte più resistente dell’acciaio.

E’ trasparente e la distanza dei suoi atomi è talmente ridotta da risultare impenetrabile da qualunque sostanza, compresi i più piccoli atomi, ossia quelli dell’elio. Questa proprietà lo rende perfetto per realizzare filtri in grado di separare l’acqua da qualunque altra sostanza rendendola assolutamente pura, oppure filtrando totalmente il sale dell’acqua marina trasformandola in acqua dolce.

Filtro al grafene

Grazie al grafene sono state realizzate nuove lampade a LED molto più efficienti, durevoli e potenti di qualunque altro tipo di illuminazione ad un costo decisamente ridotto.

Lampade LED in grafene già in commercio

Ma gli obiettivi sono molto più ambiziosi; proprio in virtù della sua struttura molecolare impenetrabile, il grafene potrà essere utilizzato per scomporre le molecole d’acqua così da ottenere l’idrogeno puro, già definito il carburante del prossimo futuro.

Il grafene potrà essere utilizzato anche per la creazione di pannelli fotovoltaici di nuova generazione. Una pellicola di grafene, spruzzata su un pannello, sostituirebbe il platino utilizzato adesso, abbattendo i costi di ben 10 mila volte e soprattutto nei pannelli al grafene, ogni singolo fotone ecciterebbe ben 2 elettroni, creando un effetto a cascata capace di creare una conversione della luce in elettricità di gran lunga superiore. Senza dimenticare che il grafene è pressoché trasparente, per cui uno strato di questo materiale sui vetri delle finestre consentirebbe di produrre tanta elettricità lasciando passare la luce.

E questo è solo l’inizio. Per capire esattamente a cosa siamo di fronte servirà del tempo, ma è indicativa una frase pronunciata durante un’intervista ad uno dei due scopritori, Andre Geim, quando gli chiesero a cosa potesse servire il grafene. Egli rispose: “Non lo so. È come presentare un pezzo di plastica a un uomo di un secolo fa e chiedergli cosa ci si può fare. Un po’ di tutto, penso“.

La rivoluzione, insomma, è appena iniziata.

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Gen 082019
 

La dislessia, è un disturbo che inficia la capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Come ho già scritto nella nostra sezione specifica B.E.S & D.S.A., questo non dipende da deficit cognitivi o problemi neurologici. Ha origini neurobiologiche.

Per facilitare i bambini nello svolgimento di queste attività, sono necessari testi chiari e semplificati. E’ previsto un aggiornamento della normativa in tal senso e l’iter parlamentare è già iniziato. Ma quali sono le indicazioni che la scienza fornisce in merito ai testi per uso scolastico per alunni dislessici? Non credo sia necessario un dizionario denso di indicazioni e non credo neanche che sarò ripreso da qualche esperto grafologo se do’ qui alcune semplici indicazioni che potranno aiutare tutti durante la nostra attività quotidiana di docenti.

Per comprendere cosa significa vivere con la dislessia, il designer inglese Dan Britton, ha realizzato un carattere tipografico che cerca di imitare quello che vedono i dislessici davanti a un testo scritto. Britton ha eliminato il 40 per cento di ogni lettera, compresi alcuni elementi chiave. Il font non mostra realmente cosa vede un dislessico, ma rende più difficile la lettura a chiunque in modo da potersi immedesimare nelle sue problematiche.

Font di Dan Britton

Sulla base di tutto ciò, per realizzare un testo più semplice da decodificare, bisogna partire innanzitutto dal font, ossia dal carattere da utilizzare. Esiste una vera e propria cultura che riguarda le migliaia di fonts sviluppati in questi anni. Si dividono essenzialmente in due categorie, serif e sans serif, ossia con grazie e senza. Le grazie non sono altro che quei prolungamenti ai margini del carattere per renderlo, appunto, più elegante, più aggraziato.

Evidentemente, per rendere un testo più leggibile è decisamente meglio scegliere caratteri sans serif perché hanno un aspetto più lineare e più semplice da decifrare. Ad esempio, Verdana, Arial, Helvetica e Comic Sans.

L’esempio qui sopra, mostra la differenza di leggibilità di un testo al cambiare del font utilizzato. Nel primo caso massima leggibilità utilizzando un font bastone (sans serif), nel secondo caso una media leggibilità in quanto il font presenta i prolungamenti delle grazie, nel terzo caso grande difficoltà di lettura per un font che personalizza le lettere. Ovviamente da evitare assolutamente font in corsivo o handwriting, cioè quelli che simulano la scrittura a mano libera come nell’esempio qui sotto.

La dimensione minima non può scendere al di sotto dei 12-14 punti che sono ideali per una lettura corretta da parte di tutti. Inoltre, il distanziamento tra le righe, chiamato interlinea, non deve essere inferiore ai 1,5 – 2,0 righe. Inoltre, meglio non scrivere frasi molto lunghe ma ridurle a non più di 60-70 caratteri con paragrafi brevi che spezzano la narrazione.

Meglio mettere in evidenza le parole chiave del discorso, sottolineate o in grassetto, quasi a creare un mappa concettuale dell’argomento.

Meglio l’allineamento a sinistra del testo e la suddivisione in elenchi puntati o numerati evitando concetti troppo lunghi.

La carta da utilizzare deve essere opaca ed è meglio non stampare font chiari su supporti scuri. Il colore ideale della carta è bianco crema con peso del supporto non inferiore a 80-90 grammi, ossia un medio cartoncino.

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Gen 072019
 

Ancora una volta Elon Musk, il patron di Tesla Motors e Space X fa parlare di se per la sua vocazione innovativa e per l’attenzione all’ambiente. Non si è ben compreso se il progetto sia frutto di una battuta o invece un’idea già in corso d’opera; solo il tempo lo potrà testimoniare. Ma di cosa si tratta? Forte dell’esperienza maturata in Tesla, Musk in una intervista ha lanciato la proposta di realizzare biciclette elettriche, visto che sono sempre più in uso negli Stati Uniti.

Ovviamente le bici di Musk dovranno essere innovative per le dotazioni e accattivanti per il design. Non esiste ancora un disegno e neppure uno schizzo in giro delle bici di Musk, però Kendall Toerner, un industrial design, ha provato a sviluppare un’idea della e-bike made in Tesla. Ne è venuto fuori un veicolo molto interessante: manubrio a T, display sul telaio, ben due motori nascosti nelle ruote, snella e leggera ma soprattutto ripiegabile. Toerner ha chiamato questo prototipo Model B parafrasando i modelli auto, dove questa volta “B” sta ad indicare Bike, ossia bici.

L’idea potrebbe essere veritiera perché questo è il momento storico ideale per avviare una produzione del genere. Grande diffusione negli States, nessun produttore in America, importazioni costose a causa dei dazi imposti dall’amministrazione americana, Know-how già pronto per la produzione di un simile mezzo.

Vedremo se questo si concretizzerà, perché la visione di Musk, non è tanto quella di produrre un mezzo di trasporto per quanto innovativo, bensì quella di creare una rivoluzione nel sistema dei trasporti, un qualcosa che cambi il futuro dell’industria e sia in grado di avviare trasformazioni epocali.

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